pittori
GODI GOFFREDO
GOFFREDO GODI
Omignano (SA), 1920

Vive ed opera a Roma. Per gran parte della sua vita è vissuto nell'orizzonte vesuviano: a Portici, Ercolano e a Napoli, dove si diplomò all'Accademia delle Belle Arti, allievo di Emilio Notte. Dal '52 al '79 ha insegnato discipline pittoriche nei Licei Artistici di Napoli e Roma. Dal '69 fa parte dell'Accademia Fiorentina delle Arti del Disegno. Ha allestito tantissime mostre personali e ha esposto in quasi tutte le più importanti rassegne nazionali, tra le quali la Quadriennale di Roma.
Angelo Calabrese canta di lui: "Goffredo Godi... la luce misura le cose con l'ombra a mezzogiorno / e con i passi conosci l'altezza degli obelischi / che ai fari notturni sono di scena superbi. / Pienezza di luce rivela le umane misure / inverando profondo e tradizione. / Né privilegio, né eccezione conta, / ma quel che vale: è la vita che canta / le sue ragioni. L'arte che non rinnega, / questo conta, è grandezza dell'umile che avanza / e rinnova ragioni di speranza."


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Dal 1971 vive a Roma. Per tanto tempo è vissuto tra Portici, Ercolano e Napoli, dove si diplomò all'Accademia delle Belle Arti, allievo di Emilio Notte. Dal 1952 al 1979 ha insegnato discipline pittoriche nei Licei Artistici di Napoli e di Roma. Dal 1969 fa parte dell'Accademia Fiorentina delle Arti del Disegno. Ha allestito una trentina di mostre personali e ha esposto in quasi tutte le più importanti rassegne nazionali, tra le quali la Quadriennale di Roma. Godi aveva appena tredici anni quando vide Crisconio dipingere una veduta del Granatello; e da allora si votò ai colori. Il suo primo paesaggio è del 1934. L'anno dopo fu iscritto dalla famiglia alla Scuola d'incisione su Corallo "Maria Josè del Belgio"; a Torre del Greco, dove ebbe per maestro Giuseppe Palomba, che era stato uno degli allievi prediletti di Cammarano. Prima ancora di compiere vent'anni Godi fu chiamato alle armi e allo scoppio della guerra era sul fronte occidentale. Successivamente fu destinato al fronte greco-albanese; e quindi nuovamente al fronte occidentale; finché nel settembre 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi. La prigionia durò due anni, a Limburgo, nel Lager 12 A. Nell'autunno del 1945 tornò a casa, a Ercolano; nel 1946 si iscrisse al corso di pittura di Emilio Notte all'Accademia di Napoli, legandosi di ammirata amicizia soprattutto con un compagno: Armando De Stefano. Nel '50 si diplomò e nel '52 cominciò l'insegnamento nel Liceo Artistico, assistente di Domenico Spinosa. Da quegli anni frequentò alcuni dei più distinti artisti presenti a Napoli: il suo maestro Notte e poi Brancaccio, Ciardo, Giarrizzo, Corrado Russo, Spinosa, De Stefano, Lippi, Colucci Tatafiore, Pisani, Di Ruggiero, Alfano, Eduardo Palumbo, Ruotolo, Mennella, Amoroso, Perez, Barisani, Cecola, Venditti e De Vincenzo. Goffredo Godi, anche sotto le armi, persino nel campo di prigionia, non smise mai di dipingere, o disegnare. Nella sua pittura c'è un brevissimo, giovanile entusiasmo per gli esponenti del Secondo Futurismo, che gli derivò da un'esposizione viaggiante giunta nel '37 fino ad Ercolano. E c'è una discreta sperimentazione astratta nella metà degli anni Settanta. Ma in realtà Godi, dall'adolescenza a oggi, non si è mai staccato da quella che è la sua grande fonte di ispirazione: il paesaggio. "A Goffredo Godi ... la luce misura le cose con l'ombra a mezzogiorno e con i passi conosci l'altezza degli obelischi che ai fari notturni sono di scena superbi. Pienezza di luce rivela le umane misure inverando profondo e tradizione. Né privilegio, né eccezione conta, ma quel che vale: è la vita che canta le sue ragioni. L'arte che non rinnega, questo conta, è grandezza dell'umile che avanza e rinnova ragioni di speranza". (Angelo Calabrese)



Superamento lirico del naturalismo

Accade spesso di dover constatare come i bilanci storico-critici dell'arte del '900, negli assetti fin qui delineati, siano provvisori e carenti, certo bisognosi di verifica. E questo non tanto riguardo ai protagonisti, che hanno sostanzialmente ricevuto la loro sistemazione, quanto relativamente alle figure di contorno ai grandi, per le quali qualche notorietà appare francamente usurpata e molti torti e disattenzioni restano ancora da risarcire. Goffredo Godi appartiene a quest'ultimo gruppo: petit maitre, come è stato ripetutamente e autorevolmente riconosciuto, gode di una pubblica fama assai minore di quella che gli spetta. Certo, il pittore (classe 1920) ha avuto i suoi esegeti autorevoli, da Carlo Barbieri a Dario Micacchi, da Franco Simongini a Riccardo Notte, compresa perfino la Ventura di richiamare l'attenzione del grande Arcangeli; a esposto nelle maggiori rassegne nazionali, a cominciare dalle Quadriennali, e, a un certo punto, ha avuto anche qualche importante vendita all'estero; ma davvero non gli hanno giovato una riservatezza e una sorta di pudore caratteriale, come pure una certa flemma o indolenza meridionale, che poi indolenza propriamente non è, in quanto
Godi lavora con costanza e impegno, ma soltanto la pittura l'interessa e non la promozione di sé, dei suoi quadri, e, per così dire, il mercato. Vissuto a lungo alle pendici del Vesuvio, affascinato da ragazzo dalla pittura di Crisconio (più esattamente: dalla vista di Crisconio che dipingeva en plein air, con tanto di tela, cavalletto, tavolozza e cassetta dei colori); allievo della scuola d'incisione su Corallo di Giuseppe Palomba, discepolo di Cammarano; Godi fu infine, dopo la guerra e la prigionia, non giovanissimo ma valente allievo di Emilio Notte all'Accademia di Napoli, assai caro al maestro. Si evocano questi dati non certo per interferire con i regesti biografici, ma per indicare come il mondo pittorico di Godi sia vitalmente innestato nel ceppo dell'arte napoletana del primo trentennio del Novecento. L'urgenza di dipingere dal vero, la predilezione tematica per i paesaggi e ultimamente per le marine, il gusto di una freschezza cromatica, di una solarità serena e ferma talvolta fino all'incantamento (forse, a ben vedere, sono qui da scorgere l'estremo inveramento della tradizione posillipista, come pure le radici del superamento di una mera vocazione naturalistica), costituiscono altrettanti contrassegni di tale radicamento partenopeo. Che più specificatamente può racchiudersi nella formula di un cézannismo filtrato attraverso la più umorale e sanguigna attitudine di Notte. Eppure, appena si approfondisca la vicenda di Godi le cose si configurano più complesse: questo pittore, apparentemente tutto sereno e solare, ha conosciuto le sue inquietudini e molteplici, vitali curiosità intellettuali. Anche a prescindere dal primissimi esordi adolescenziali nel clima e nelle cadenze linguistiche del secondo Futurismo (con ogni probabilità recepito sulla base di un ingenuo entusiasmo per il nuovo), va ricordato nel suo itinerario un più prossimo decennio di esperienza astratta assai importante per l'acquisizione di un linguaggio sintetico e costruttivo, che ha conosciuto, da parte dell'artista, il vertice di adesione nelle tele degli anni Ottanta e Novanta, per rifluire in una maggiore adesione al vero fenomenico, inclinante ad una definizione del dettaglio, ad una pittura più descrittiva insomma, nelle opere più recenti. E poi la curiosità, si diceva; gli ulteriori echi ed influssi, anch'essi fondamentali: il tonalismo di Melli e di un po' tutta l'eredità, storicizzata e negli estremi esiti tuttora al tempo operante, della Scuola Romana (Godi si trasferisce nella Capitale agli inizi degli anni Settanta); quel costruire il quadro pennellata su pennellata; tono su tono: verde su verde, ocra su ocra (e osservando con attenzione un quadro di Godi viene fatto di meravigliarsi che in natura - e in pittura - possano esistere tante tonalità di verdi e di ocre). Il nostro artista affronta la tela d'impeto, senza la mediazione dell'impianto disegnativo; è il colore che definisce le forme, restituendo l'impatto visivo ed emozionale dell'impressione retinica. Riesce spontaneo che in un contesto contemporaneo una pittura di questo tipo si collochi sulla linea di confine tra figurazione e informale: vi leggi così, l'eco di Fausto Pirandello, specie nelle figure di bagnanti e soprattutto di Morlotti nei paesaggi: del resto, anche la pennellata di Godi rivela una sua, talvolta rilevata, consistenza materica. Circostanza tutta peculiare, i paesaggi - specie in quelli di risoluzione maggiormente sintetica - appaiono "qua e là cosparsi di misteriosi segni, nascosti come camaleonti tra le foglie", come ha scritto con felice intuizione Gino Agnese. È qui certamente - nell'apparentemente casuale e invece coerentissimo, necessario zigzagare della pennellata rapida, sintetica, costruttiva - da ravvisare il più riconoscibile e perdurante influsso dell'ormai lontana vicenda astratta, e, con ogni probabilità, l'aspetto più stimolante della pittura di Goffredo Godi. (Carlo Fabrizio Carli)




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Felice di dipingere.

Goffredo Godi viene da una lontananza che per i luoghi e i tempi si specchia abbastanza nelle pagine del romanzo che dette la fama a Michele Prisco: "La provincia addormentata". Gli stessi scenari vesuviani, gli stessi anni Trenta. Anche Prisco, del resto, ha passato gli ottant'anni. Ma mentre i suoi personaggi si muovono nelle atmosfere della piccola borghesia, i ricordi di Godi affondano negli affetti, nei quotidiani affanni, nelle allegrie di gente diversa: operai, piccoli artigiani, venditori ambulanti, braccianti. Nelle pagine di Prisco si sbircia il "salotto buono" sempre avvolto dalla penombra, con le poltroncine protette dalle fodere. E quando invece Godi racconta della sua adolescenza, o della prima giovinezza, ecco che giungono da quelle distanze così remote le immagini di case povere ma tristi. E di vicoli, e di figure orgogliose capaci d'impennarsi per contraddire rischiosamente il conformismo; e di tram sferraglianti nel vento verso Napoli. Figli della povertà che teneva alla dignità, i ragazzi, allora erano presto avviati al lavoro. O per dir meglio, alla "fatica". I più fortunati rubavano il mestiere agli artigiani, giorno per giorno, ora per ora. Godi, in calzoni corti, lo rubò a un artista che era stato a Parigi ma si era sentito perduto tra le iperboli della ville lumière e se n'era tornato a Napoli: Luigi Crisconio. Il furto, diciamo così, avvenne nell'area portuale del Granatello, dove Crisconio andava a dipingere e dove il ragazzo Goffredo lo scorse e ne seguì le mosse per alcune mattine. Più che ai paesaggi che Crisconio andava dipingendo, Goffredo fu attento al maneggio dei pennelli, ai modi degl'impasti, sopratutto alla cassetta, vero scrigno delle meraviglie, dal quale e nel quale il pittore estraeva e riponeva tela, tavolozza, colori, pennelli, solventi e quant'altro gli occorreva. Ad occhio ne prese le misure, mandò a mente la disposizione dei comparti, osservò bene il tutto e dopo pochi giorni, aiutato da un falegname, ne fece per sé una uguale. E così, con i calzoni corti, Godi precipitò nell'avventura che ancora adesso lo mantiene fresco di sentimenti. Cocteau disse che, alla fin fine, un poeta e un pittore si trovano ogni volta dinanzi alla medesima, drammatica difficoltà: quella di scegliere le parole giuste tra le innumerevoli che gli si affollano alla mente, e quella di eleggere, nell'infinità dei colori, i più adatti a fondersi con l'ineffabile intenzione d'arte del momento. Ma io, credo, con lo scrittore americano Thomas Wolfe (e con tanti altri, ovviamente) che "il genio del pittore abbia un carattere fisico, manuale, tecnico, che non attiene al genio del poeta". Sicché di Godi, che tuttora è artigiano dei suoi arnesi, dai pennelli ai cavalletti dell'amatissimo plein air, molto mi colpì quel frammento di ricordo dei giovanili incontri al Granatello: "Però, più del quadro di Crisconio, mi attrasse la cassetta". [...]

Godi è uno di quegli artisti rimasti sulle rive del torrente che porta con sé la clamante folla dei pittori, degli scultori, dei critici, dei galleristi, degli affaristi che hanno nella mira la notorietà. È un appartato, felice Candide votato alla pittura. Le sue gioiose battaglie - nello studio o più spesso negli scenari naturali - non gli lasciano tempo da dedicare all'ingegneria del successo, alla quale è del resto mentalmente e persino fisicamente inadatto. Ma a Godi restano soltanto i quadri recenti. Dunque son quasi sessant'anni che la pittura di questo schivo petit maitre (come lo definì Carlo Barbieri) è amata e ricercata da un piccola galassia di collezionisti, verso la quale Godi ha mantenuto affettuosa gratitudine, perché è un uomo di sentimenti gentili, ma al tempo stesso soltanto scampoli di memoria, preso com'è dal suo fare arte, che tra progetto ed esecuzione lo cattura senza scampo. Godi infatti non ha mai avuto il tempo e la voglia di curare un suo archivio e quel che conserva (cataloghi, fotografie, ritagli, nominativi, indirizzi) gli è stato messo da parte dal caso o dalle premure dei suoi familiari. Seppe per fortuita combinazione che Sonia Delaunay nel '76 aveva elogiato i suoi paesaggi esposti nella galleria di Fiamma Vigo a Venezia. E mai avrebbe saputo che due maestri della critica d'arte del Novecento, Francesco Arcangeli e Roberto Longhi, avevano discusso d'un suo paesaggio da presentare alla Biennale se non glielo avessi rivelato io, che di quell'interesse trovai traccia per caso (Carteggio Longhi-Pallucchini, Edizioni Charta, Milano, 1999, pag. 326). "Quando le luci saranno spente e molti anni saranno trascorsi" - ripete Godi -"tutto l'odierno clamore sarà dimenticato. Resteranno solo i quadri. E chissà...". [...]




Sono quarant'anni che vivo di scrittura, ma la critica d'arte non fa parte dei mio lavoro che già si disperde in troppi rivoli. Però ho qualche titolo (la mia biografia di Boccioni, gli altri miei studi sul Futurismo, la responsabilità che rivesto in una grande istituzione espositiva) per compiere questa ricognizione della figura dei mio amico Godi e per esprimere infine un giudizio: è veramente un petit maitre e non c'è dubbio che qualcuno dei suoi quadri migliori ben figurerebbe in qualunque collezione museale dedicata alla figurazione del secondo Novecento. Conosco abbastanza i paesaggi di Morandi (penso per esempio alla serie che è nella Galleria Civica di Torino) e perciò una volta scrissi che alcune delle più riuscite vedute godiane rivaleggiano con essi - e non soltanto per la delicatezza dei verdi - benché nei dipinti di Godi si evidenzino i segni - liberi, criptici, talvolta gestuali - della sua appartenenza a un tempo successivo a quello del maestro bolognese: segni che allontanano l'artista dal comune naturalismo pittorico e, oltrechè la ricerca e il raggiungimento della sintesi, costituiscono secondo me una risposta impulsiva alla natura, custode invincibile di segreti inviolabili. Confermo qui questa opinione citando come esempio il "Paesaggio calabrese" del 1980 e il "Paesaggio di Fuscaldo" del '69, non lontani dalla mia scrivania. E risparmiando al lettore la ripetizione di quanto altri diranno - la derivazione di Godi dal suo maestro Notte, la sua vicinanza all'altro bolognese Garzia Fioresi o allo stesso Morlotti, anch'egli assai apprezzato da Arcangeli - mi piace concludere affermando che è un plateale errore associare Godi alla pletora degli epigoni dell'Ottocento napoletano, purtroppo ancora attivi nella loro pigrizia di replicanti. Se proprio si vuoi allacciare Godi a qualcuno dell'Ottocento (e sappiamo quanto questi giochi siano azzardati) allora ho qui un appunto preso durante la visita a una mostra, un appunto che regge il gioco; allacciamolo al francese Emile Bernard. (Gino Agnese)










Goffredo Godi é nato a Omignano, in provincia di Salerno, il 25 agosto 1920 e dal 1971 vive a Roma, dove ha lo studio in via Principe Umberto 41, tel. 06 44 53 642. Per gran parte della sua vita é vissuto nell'orizzonte vesuviano: a Portici, a Ercolano e a Napoli, dove si diplomò all'Accademia delle Belle Arti, allievo di Emilio Notte. Dal 1952 al 1979 ha insegnato discipline pittoriche nei Licei Artistici di Napoli e di Roma. Dal 1969 fa parte dell'Accademia Fiorentina delle Arti del Disegno. Ha allestito una ventina di mostre personali in numerose città e ha esposto in importanti rassegne nazionali, tra le quali la Quadriennale di Roma.
Nel 1935, vista la sua inclinazione per la pittura, Goffredo Godi fu iscritto dalla famiglia alla Scuola d'Incisione su Corallo "Maria Josè del Belgio", a Torre del Greco, dove ebbe per maestro Giuseppe Palomba uno degli allievi prediletti di Cammarano. Prima ancora di compiere vent'anni Godi fu chiamato alle armi - era il marzo 1940 - e allo scoppio della guerra in giugno, era con il 67° Reggimento di Fanteria della Divisione "Legnano" sul fronte occidentale, Monginevro. Successivamente fu destinato al fronte greco-albanese; e quindi dopo una sosta in Ospedale Militate, nuovamente al fronte occidentale; finché nel settembre 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi a Grasse, il paese di Fragonard. La prigionia durò due anni, a Limburgo, nel Lager 12 A. Nell'autunno del 1945 torna a casa, a Ercolano; nel 1946 si iscrisse al corso di pittura di Emilio Notte nell'Accademia di Napoli, legandosi d'amicizia soprattutto con un compagno: Armando De Stefano. Nel `50 si diplomò e nel `52 cominciò l'insegnamento nel Liceo Artistico, assistente di Domenico Spinosa. Da quegli anni data la sua frequentazione di alcuni dei più distinti artisti presenti a Napoli: il suo maestro Norte (che era stato tra i primi futuristi a Firenze e a Milano) e poi Brancaccio, Ciardo, Giarrizzo, Corradi Russo, Spinosa, Lippi, Colucci, Tatafiore, Pisani, Di Ruggiero, Alfano, Eduardo Palumbo, Ruotolo, Mennella, Amoroso, Perez, Barisani, Cecola, Venditti e De Vincenzo. Goffredo Godi, anche sotto le armi, persino nel campo di prigionia, non smise mai di dipingere, o disegnare. Nella sua pittura c'é un brevissimo, giovanile entusiasmo per gli esponenti del Secondo Futurismo, che gli derivò da un' esposizione viaggiante giunta nel `37 fino ad Ercolano. E c'é una discreta sperimentazione astratta nella meta degli anni Settanta. Ma in realtà Godi, dall'adolescenza a oggi, non sì é mai staccato da quella che nella varietà delle manifestazioni, resta la sua fonte di ispirazione: la natura. Fra gli altri autori che in giornali, riviste, cataloghi, libri hanno finora scritto di Godi: Gino Agnese. Carlo Barbieri, Ferruccio Battolini, Michele Bonuomo, Remo Brindisi, Angelo Calabrese, Vincenzo Ciardo, Renato Civello, Antonio Colasanto, Costanzo Di Matzo, Nino D'Antonio, Mario D'Onofrio, Piero Girace, Gino Grassi, Franco Grassi, Virgilio Guzzi, Arcangelo Izzo, Mario Maiorino, Bonifacto Malandrino, Italo Marucci, Dario Micacchi, Armando Miele, Riccardo Notte, S. Pugliatti, Paolo Ricci, Giuseppe Russo, Gaia Salvatori, Alfredo Schettini, Franco Simongini e Giuseppe Sciortino.

(fonte: www.marcianoarte.it)